La vera povertà - My Hobbies by Antonietta Forte

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LA VERA POVERTA’  

La povertà vera non di saio si veste,
essa è invisa perfino ai barboni più mesti.
Non chiede perdono, né mendic’asilo,
elegant’è il suo abito, forbito il suo stile.

In seno la vipera, dolcemente sorride,
avvelena l’ignaro, si mostra sì mite.
Si atteggia, riflette, poi punisce gli schietti,
infida  corrompe e si ostenta perfetta.

O è mafia che uccide e scrive sentenze
o è mafia che gioca con la povera gente:
due, di spaiato codice, trasversal vendette,
d’ugual vergogne intrise e di logica banditesca.

Ahi lauta povertà d’oltraggio serva
e schiava dell’insania tua proterva,
dov’è il tuo Dio, lo Stato, il saggio scranno?
Tutti reclusi nei tuoi “motivi” scarni?

Vani gli appelli, gli eloqui ed i balzelli
caduti sotto i colpi dell’imbelle.
Triunviro o  cecchino, a tradimento,
condanna ognor feroce gli innocenti.

Il Dio che perdona coprirà di pietà
gli empi rancori e le orbe viltà.
Sarà nerbo l’amaro sull’ignobile lingua,
che, ahimè, il boccone, ingollar non potrà.  

I suoi figli non sanno, sono certo migliori,
ma è greve il tributo da pagare agli orrori.
Alfin,  miserabile, da tutti è scordata,
pur da quelli che sempre l’aveva(n) osannata.

La vera povertà
NOTE
Il Giudice sereno ed imparziale ascolta e soppesa le ragioni di tutte le parti. Non agisce per vendetta diretta o trasversale. Non gioisce delle disgrazie che affliggono i giudicabili. Non finge di fare giustizia pur essendo consapevole di fare deliberatamente l’ingiustizia. Non agita la palandrana per sfoggiare il suo potere. Non ride per scherno. Non addita le vittime al pubblico ludibrio. Non intimidisce. Non ostenta il suo sapere per umiliare. Non trae profitto dal suo ruolo. Non è invidioso della giusta mercede dei patrocinatori.
La vera povertà non è quella di “una vita di stracci arrotolata”, come felicemente l’ha definita un poeta contemporaneo (don Umberto Benedetti) ma è la disonestà, l’ipocrisia, il desiderio di vendetta, la mancanza di rispetto per il prossimo, lo hiatus incolmabile che corre tra l’ostentata ineccepibilità dell’apparire e l’essere intimamente corrotti.
Non basta avere il potere di giudicare per fare giustizia.
Occorre equilibrio, saggezza, moralità, empatia, serietà, valutazione delle opposte ragioni, rispetto della legge e dell’oggettività, senza cedere ad interferenze di ordine subiettivo.
E’ sintomo di “povertà” la decisione precostituita, l’arroganza, la volontà o il semplice desiderio di colpire ingiustamente il giudicabile o il patrocinatore, ma quel che più sgomenta è la delegazione a colpire o l’associazione diretta a colpire.
Non c’è differenza alcuna tra le vendette trasversali di cosche mafiose, mandanti di delitti, e le vendette trasversali operate dal giudice attraverso false pronunzie.
La criminalità organizzata è capace di dettare dure sentenze e di imporle sotto minaccia di morte. Chi amministra la giustizia spesso gioca con le disgrazie della povera gente, per dare sfogo alle proprie vendette, ai propri interessi, al proprio tornaconto, ai propri capricci, ai propri rancori, alla scarsa voglia di lavorare.
Coloro che pongono in essere tali condotte hanno dimenticato che un giorno lasceranno il loro scranno per essere giudicati da Dio.
Essi non hanno considerato che lasceranno i loro figli (sicuramente migliori di loro) sotto la giurisdizione di Dio e di giudici terreni a pagare il fio di ataviche colpe.
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